La notte è una pausa. Sono i pensieri fuggiaschi che muovono le foglie degli alberi, non è il vento, perché il vento non esiste se non esisti tu. Qui la notte è il mondo che aspetta. Luci incandescenti fanno scintillare le finestre, dipingendo ellissi sui palazzi vuoti. Luci piccole che sono urla. Strazianti sospiri alle stelle perché ti ricordino che esisti. E non è una tua idea, lo fai per altri motivi. Sì, così. Non è per l’atmosfera, non è per lo spirito, non è per la festa. Vuoi essere visto. Lo vuoi perché non ci sei. Fuggiti i tuoi pensieri, nella notte di un mondo che ti attende da sempre, hai un grido nel centro del petto, e palpita. Non sai davvero perché lo fai, ma quello che credi sia vento ti inganna e ti smaschera. Vuoi essere visto perché non ci sei. Non capirai mai perché, con gli occhi socchiusi, quando la luce non acceca i profumi, senti un terrificante e nauseabondo desiderio di vivere.
Summer Nights
•20 giugno 2012 • Lascia un commentoOndeggiano, gli scalini, ma non ti spaventano. Non ti fa paura niente. Eppure senti che i controlli tendono a sfuggire di mano. Aria, serve l’aria. E sotto la scia di un aereo che solca lento un cielo color petrolio, sampietrini. È lì che barcolla, dopo aver mangiato e bevuto troppo. E per te non sarebbe un problema, non fosse che incontri gli sguardi sbagliati, e tutto crolla. Non sei più libero, non fai più buon viso a pessimo gioco. È quasi più forte di te. Guardi. Non hai alternative. Guardi e cerchi una via di fuga. Non ti puoi muovere, ma vorresti essere altrove. E allora lo fai. Inizia un gioco assurdo e geniale. Un gioco umano, di quell’umanità rara, che ci fa quasi sentire in diritto di reggere il mondo. Inizi a Rubare.
Passa un ragazzo. Sandali, pantaloni al ginocchio, maglietta larga e tanti rasta. Rubalo! Sentili sulla testa, quei massi cordoncini di cheratina e polvere, senti l’aria sulle tibie e la stoffa morbida sulle spalle. Entra nei suoi occhi e prova a cercare il momento in cui ha scelto il suo stile. Guardalo su wikipedia mentre studia le ideologie a cui si sarebbe legato.
Passa una ragazza. È grassa e vestita di nero, la pelle chiara e un po’ rugosa di cellulite. Trucco pesante e andatura tozza. Guarda bene. Entra nella sua pelle e senti il caldo che sopporta, lo sente molto più di te. Senti lo sfregare fastidioso delle cosce fra loro, senti la sensazione di abbraccio violento quando indossa il dolce vita, cerca l’accuratezza del trucco perché metta in risalto gli occhi, e trova nei loro angoli la speranza che si notino più quelli che tutto il resto. Senti l’odio misto a necessità camuffata da amore per la sua “amica figa”, quella che l’accompagna in giro con il tacito accordo, mai svelato, per cui la grassa spera che l’amica figa attiri l’attenzione anche su di lei, mentre l’amica figa spera che la grassona evidenzi la differenza e la renda ancora più figa. Quando si incontrano si urlando “Amoreeee!”, e tirano fuori la maschera che ora stai provando come se fossi nel camerino di un negozio di abbigliamento.
Mi dispiace, tempo scaduto.
Devi andare.
Lasci lì tutti, dopo essere tornato alla realtà. Zecca, grassona, amica figa, amici tuoi, tutta una carrellata di umanità di cui non sentirai mai la mancanza. E ne sei certo.
Eppure un tarlo ti sbriciola il sorriso.
Gli occhi sbagliati non li hai incontrati.
Hai abbracciato cento amici che non hai.
Hai rifiutato le avance di cento ragazze che non conosci.
Hai baciato cento ragazze che ti saresti fatto.
Hai sfiorato le gambe sotto cento gonne mai viste.
Hai pensato cento volte che potresti innamorarti.
Ma quegli occhi ti hanno spezzato ancora.
In due.
Ogni parte di te che già era spezzata. Di nuovo in due.
A quanto sarai, ora?
1.024 parti…? Oppure 2.048…?
Tanta roba, comunque.
E non ti basta mai.
Niente occhi, stasera.
Solo un profumo che non ricordi di ricordare.
Ti giri, ma non vedi niente.
Forse hai sognato.
E non sai se sei triste…
…o felice come mai prima.
Vattene da lì, imbecille.
Tumbleweed
•24 maggio 2012 • Lascia un commentoPerché qui il vento soffia forte. Lo vedi nella polvere che colora l’aria. Porta con sé tutto ciò che è abituato al nomadismo inanimato.
Tumbleweed.
Onde nere e verdi sulle macchie di alberi che velano le colline, in mezzo a speroni di roccia fluorescenti, le foglie al vento. Perché qui il vento soffia forte.
Lascia che lo sguardo voli dove tu non puoi farlo. Planerà lungo il pendio che rotola a valle per lambire il fiume. In un lampo scalerà la montagna di fronte a te e lo ritroverai alla tua stessa altezza, all’ombra di una quercia che non puoi toccare. Sarà quello il momento in cui ti renderai conto che il vento e il fiume hanno creato questa gola. Con invincibile pazienza, un lavoro pazzesco e perfetto che continua, anche adesso. Ed è assurdo, se ci pensi, perché quando rifanno l’asfalto del viale bloccano il paese per venti giorni e poi pretendono in cambio il potere. E ti stupisci se ti viene da ridere? Pensa al fiume. Pensa al vento. Fanno il mondo e non te ne fanno neanche accorgere.
Metti le ali ai tuoi occhi e falli arrivare al mare che assedia l’orizzonte… Poi indietro alla velocità del pensiero. Hai visto sotto di te il paesaggio frastagliato. Stai cominciando a riflettere.
Tumbleweed.
Perché qui il vento soffia forte, e di colpo hai capito. C’è, dentro di te, un mondo altrettanto affascinante che non conosci perché hai sempre guardato le valli e i fiumi e le montagne e le rocce fluorescenti e le stelle. È tutto bellissimo, è vero… ma non serve se non capisci.
Tumbleweed.
Noi che camminiamo sul tuo stesso mondo scolpiamo in te le valli, coloriamo le rocce, costruiamo città e riempiamo i mari. Che vivono. In te.
Perché qui il vento soffia forte, ed è meraviglioso vedere il tuo passaggio nella vita di qualcun altro. Deve essere proprio per questo che è stato creato, il mondo.
Riempie di orgoglio veder crescere un arbusto nell’angolo di anima in cui l’avevi piantato.
Tumbleweed.
Tu mi ringrazi perché faccio parte della tua vita, ma fermati e guardami. Guarda in tutto questo tempo quanto del mio mondo è cresciuto sotto le tue cure. Guarda e cerca di vedere cosa troveresti adesso, se lì tu non avessi fatto nascere il mare, o se non avessi creato nuove stelle e dato un nome e un senso a quelle che già c’erano.
Perché qui il vento soffia forte e non ti fa dormire. Gli animali socchiudono gli occhi, ma se tu potessi volare lo sentiresti. È tuo alleato perché hai capito che non esiste niente di più bello al mondo di vedere quanto sia meraviglioso il mondo stesso dove tu, con pazienza e convinzione hai scolpito e modellato una vita.
Siamo il vento e il fiume che col tempo cambia gli scenari delle vite degli altri. Non saresti qui, senza di me. Non sarei qui, senza di te.
E non è un bisogno: è gratitudine.
Amo il mio mondo… per questo amo chi lo ha reso tale. Per questo amo soprattutto me stesso: perché me lo merito.
Siamo il vento nelle vite degli altri, e sarà sempre così.
Scrigni che si riempiono di gioielli e pietre preziose, e sarà sempre così. Sta a te imparare e capire che una lacrima, se davvero la comprendi, vale quanto un sorriso, perché è l’esperienza che lascia un segno nel tuo mondo. Capiscilo e le paludi che sembrano sporcarti l’anima acquisteranno improvvisamente senso.
È bella quella montagna maestosa che hai nel cuore. Ce l’avrai dopo di me, ce l’avrai senza di me. È bellissima quella montagna. Ancora più bello è sapere che ce l’ho messa io.
Tumbleweed.
Perché qui il vento soffia forte.
Sono il vento, sono il tempo,
Sono dio.
Sono l’acqua, sono il fuoco,
Sono Io.Negrita – Io sono
Strade
•30 marzo 2012 • 2 commentiStrade
È un velo di vodka liscia e cioccolato fondente, quello che ondeggia davanti ai tuoi occhi. Lasciale scorrere, coraggio! Come figurine tra cui cercare quella che manca, così si fruga tra le varie immagini di sé. Guarda avanti, andiamo. Guarda, lì davanti. Sentilo, come è forte l’odore di futuro… e come un velo che ondeggia, sposta lo sguardo dal futuro alle figurine di ciò che potresti scegliere di essere. Te lo ricordi, no? È come da bambini, quando ti chiedevano cosa avresti voluto fare da grande. Era semplice, per chi ti guardava. Tu però te lo ricordi che in quel tempo non è mai stato semplice. Riprendi in mano le tue figurine e guarda. Occhi chiusi, scorrile con la mente. Pensa soprattutto agli abiti che porteresti e agli odori che sentiresti. Immagini di tanti te, ognuno dei quali ha scelto una strada che esclude le altre. Un te manager o imprenditore, un te serio che passa le radiografie al medico, oppure un barista con una specie di grembiule scuro che dovrebbe nascondere le macchie di caffè ma non ci riesce, o anche uno scrittore con lo sguardo che passa dalla terra al cielo più veloce di qualsiasi razzo e con certe verità sul mondo che ti scoppiano dentro ma non puoi dire perché non sei un libro e ti hanno già preso per matto un sacco di volte. Musicista…? Aspetta, qui ci sei tu che fai il barbiere! No, questa no, il vigilantes non è roba per te.
Continua a scorrere le tue figurine. È mattina, adesso. Hai la stanza piena di sole di vetro e la bocca impastata. Ti sei anche dimenticato di mettere fuori le scarpe e non stai respirando aria profumata, ma non ha importanza… quei fotogrammi non ti lasciano tregua, vero? È un martello pneumatico nella testa ed ogni colpo dice “scegli, scegli, scegli”… Come se il tempo di una vita non bastasse. E non basterà. Una sola strada, non due e non tre; una. Cosa vuoi essere? Scegli e fallo in fretta perché ogni secondo che passa senza che tu agisca è un secondo perso che ti farà arrivare un secondo più tardi. Allaccia le scarpe e vai.
Ti stai sbagliando. Ho dato fuoco alle mie figurine tanti anni fa, quando ho buttato il televisore nella spazzatura. Si fottano le figurine. Si fotta il barbiere, il fornaio, l’impiegato postale, si fotta lo scrittore, il musicista e il vigilantes, si fotta lo scassinatore e si fotta il disoccupato. Nessuna di queste cose sarà mai Me. Ti devi svincolare da quello che sei abituato a vedere, se vuoi sperare di capire. Le strade servono per non perdersi. Se tu le segui non arrivi ovunque, arrivi dove loro ti portano. Ci arrivi più facilmente e ci arrivi prima, per questo c’è chi fa i figli a diciannove anni, per questo c’è chi si compra casa a ventidue, per questo c’è chi va in pensione a quarantacinque. Strade.
Ma rifletti un istante, adesso, e visualizza davanti ai tuoi occhi una plausibile mappa del mondo. Vedi la ragnatela di strade su cui il mondo è rimasto impigliato? È come una vera ragnatela. Ci restano impigliate le mosche, ma è l’aria a non accorgersene nemmeno. E rispetto ad una macchia di mare, quanta superficie di mondo possono coprire, le strade? Seguile pure, se vuoi. Lascia che il tuo sguardo scivoli su tutto ciò che dalla strada riuscirai a vedere. Ammira i tramonti, sfiora gli alberi, emozionati sotto i castelli e gioca a prendere un sasso a calci perché ti segua almeno per un breve tratto.
Io sarò l’aria che volerà tra le fronde di alberi che non hai mai visto. Io attraverserò le ragnatele senza sporcarmi. Io sarò quel vento che puoi sentire sulla tua pelle, e quando soffierò sulla tua mano ti sembrerà di potermi prendere, ma stringerai solo il vuoto. Io non avrò figli, probabilmente neanche la pensione, ma su quelle figurine tu puoi trovare solo dei mestieri, non delle persone. Io non sono un pittore, al massimo posso fare il pittore. Ciò che sono è molto più grande dello schermo da cui trai le tue verità. Devo ammettere che parli bene per i concetti che esprimi, ma sei lontano dal capire che cosa si può trovare in tutta quella immensa quantità di mondo che non ha niente da spartire con le strade e che dalle strade non vedrai mai.
Guarda le figurine e scegli.
Io vado a morire di vita.
Perché così ho scelto.
¿Mala suerte?
•18 febbraio 2012 • 1 commentoRisveglio con piazza coperta di neve e un’insolita voglia di spremuta d’arancia. Così, mentre stringo in mano mezzo frutto, guardo fuori e germoglia l’associazione cromatica.
Bianco e Arancione.
Il mostriciattolo invasato che ha colonizzato una cantina del mio cervello grida “Da pauraaa! È una figata immondaaa!” e, pur non potendo fare a meno di pensare che si sia fatto di qualche scarto dei sogni della notte prima, devo ammettere che ha ragione. “Orange and White”. Deciso. Sarà la mia prossima canzone.
Cazzo, ho finito le arance, però…
Per venti centesimi, compro una sola arancia da una bancarella di Egiziani a Vetralla, trovo un prato su cui è rimasta un po’ di neve bianca, metto l’arancione sul bianco e scatto. Rientro in macchina, riparto e prendo in pieno l’unica, invisibile, gigantoscopica tana di animale presente nella pampa sconfinata, esiliandomi definitivamente in quella distesa di nulla, resa ancor più inquietante dal colossale rudere di un Mondo Convenienza bruciato mesi fa. In mio aiuto accorrono n. 2 tombini, un cric, un cellulare con torcia, una Comasca compagna-di-viaggio, un Francese e uno Spagnolo in bicicletta alla volta dell’India passando dall’Italia (?), due Rumeni con jeep arrivati quando l’ingegno mi ha ormai tirato fuori dai guai. Forse devo rifare la convergenza…
Non ho ancora mangiato l’arancia, ma riecheggiano in me le parole dello spagnolo che, alla vista della mia macchina, incredulo si guardava intorno per accertarsi che davvero avessi preso l’unica buca della contea. ¡Qué mala suerte!
Forse ha ragione lui, ma resto scettico. Mentre mi spaccavo la schiena, le mani, le braccia e le gambe per piazzare i tombini sotto la macchina, qualcosa dentro di me esultava e gridava. Forse era sempre il mostriciattolo invasato, ma poco importa… un’arancia presa a Vetralla dagli Egiziani, una Comasca che aiuta un Romano a tirarsi fuori da una buca, sostenuta da uno Spagnolo e un Francese che passano dall’Italia per andare in India in bicicletta, incitati da due Rumeni.
No, no es mala suerte, señores. Es vida, y me gusta.
Lo penso, ma non lo dico. Alzo un grido nella notte, però.
¡Señores, cuentaré vuestra historia!
Arrivano le loro risate da lontano. Y buen viaje…
